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Oltre le epidemie (parte 2): verso il Rinascimento nel Quattrocento a Torino

Definizione di nuovi ruoli funzionali e di un diverso rapporto fra città e campagna

Particolare di miniatura tratta dal Livre appelé Decameron, aultrement surnommé le Prince Galeot, de JEHAN BOCCACE, XV sec. (Fonte: Gallica – Bibliothèque nationale de France, ID: ark:/12148/btv1b8458435h)

Chi non ricorda la cornice narrativa del Decameron di Boccaccio? Mentre la peste infuria nella città di Firenze, la brigata dei giovani novellatori si rifugia nel contado fiorentino. Fuggire fuori città per cercare scampo è una pratica che si ripete anche altrove.
Succede anche nella Torino di fine Quattrocento, quando la peste torna a minacciare il Nord Italia. Mentre la città si appresta ad affrontare il flagello, tra i benestanti c’è chi può mettersi al riparo dal contagio spostandosi in campagna. È il caso di Lorenzo Croso, proprietario della cascina Continassa   e dell’annessa villa padronale: dalle fonti apprendiamo che nel 1492 contatta l’ordine cittadino dei domenicani, di cui è avvocato, perché gli inviino un confratello a celebrare messa nel suo “rifugio” di campagna.
L’esistenza di tenute rurali in cui famiglie facoltose della città possono trovare sollievo è un segno dei cambiamenti che Torino e il suo contado stanno vivendo all’inizio dell’età rinascimentale. Il popolamento della campagna che abbiamo delineato nel precedente articolo si intreccia con la trasformazione di Torino. I due processi concorrono alla definizione di ruoli differenti: la città progressivamente perde l’aspetto di paesone agricolo per diventare centro politico-amministrativo e sede delle professioni e dei mestieri; mentre la campagna si specializza nella produzione di beni agricoli.
Dopo il crollo della popolazione conseguente le ondate epidemiche, la ripresa di Torino è dovuta a vari fattori, ma in particolare allo stabilimento permanente di alcune istituzioni fra anni Trenta e Cinquanta del Quattrocento: il Consiglio cismontano, la Corte e l’Università. Quest’ultima era già stata a Torino a inizio secolo, ma per le ondate di peste era stata trasferita a Chieri, centro ben più popoloso ed economicamente avanzato. Per trovare la sua nuova sede, il Comune di Torino nel 1443 permuta 300 giornate di terre comuni sul territorio di Lucento in cambio di una casa di cui sono proprietari i Borgesi, una delle famiglie cittadine più facoltose. Tale alienazione favorisce l’accorpamento delle terre per formare i poderi di varie cascine.

Le Vallette di Aviglio in colore verde, al cui interno sono presenti le 300 giornate di terra permutate dal Comune di torino nel 1443 (Elaborazione grafica del Centro di Documentazione Storica della Circoscrizione 5 di Torino, 2006)

La presenza di queste istituzioni incoraggia lo sviluppo di una discreta attività commerciale e artigianale, ma anche l’arrivo in città di commercianti e di persone addette a professioni e mestieri. Per questo il Comune comincia ad attuare vari provvedimenti per adeguare la città al suo nuovo rango, che portano gradualmente all’espulsione delle attività agricole e di allevamento presenti all’interno delle mura. Si tratta di una profonda trasformazione della composizione sociale di Torino, un fenomeno che caratterizza, seppure con tempi e modalità diverse, tutte le città italiane ed europee, e che tra l’altro viene motivato, oltre che per ragioni di decoro, con la necessità di ridurre le cause di diffusione delle epidemie.
Torino diventa città grazie alla parallela generalizzazione dei patti di mezzadria, i quali prevedono che la famiglia del mezzadro abiti nella cascina, sui cui fondi sono oramai dislocate in modo permanente le attività agricole e di allevamento. Il precedente pendolarismo degli agricoltori – che sì potevano avere dei piccoli appezzamenti entro le mura, ma che quotidianamente uscivano dalla città a lavorare la terra loro e dei medio-grandi proprietari, per farvi ritorno a fine giornata – viene sostituito da un movimento inverso: ora gli agricoltori, stabili in campagna, si recano in città principalmente per vendere i loro prodotti.
Il movimento dalla città alla campagna in realtà permane, ma con una sostanziale differenza. Nel momento in cui anche a Torino sta fiorendo il Rinascimento con l’edificazione di palazzi, edifici pubblici e chiese, le famiglie più facoltose, tra cui molti professori universitari, intrattengono un rapporto con la campagna attraverso la villeggiatura nella propria tenuta agricola.

La villa padronale della cascina Continassa, una delle più importanti cascine del contado torinese in epoca moderna, oggi sede della società Juventus FC (foto di Walter Chervatin, 1992. Centro di Documentazione Storica della Circoscrizione 5 di Torino)

Le cascine non sono infatti solo unità produttive, prevedono anche la presenza di una villa dove, nel periodo estivo, il proprietario del podere va a “villeggiare”. A seconda dei casi, possiamo avere un semplice “civile” sul prolungamento del “rustico”, dove abita la famiglia del mezzadro, oppure ville separate di notevole sviluppo architettonico. Ne è un esempio la cascina Continassa, dove Lorenzo Croso trova rifugio dalla peste a fine Quattrocento. Il complesso oggi è noto per essere la sede della Juventus FC, ma va sottolineato che l’attuale assetto non è più quello tardo Quattrocentesco.

Approfondimenti
Per un’analisi delle dinamiche locali: A. Levi, G. Sacchi, Dai Tetti alla casa degli oblò: sviluppi urbanistici e mutamenti sociali del centro di Lucento fra periodo moderno e contemporaneo, in “Quaderni del CDS”, 20-21/2012, pp. 59-115.
Per uno sguardo d’insieme sul rapporto città-campagna: M. Barbagli, M. Pisati, Dentro e fuori le mura. Città e gruppi sociali dal 1400 a oggi, il Mulino, Bologna, 2012


Autori dell’articolo: Alberto Levi e Giorgio Sacchi 

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