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I 500 letti della scuola Allievo: gli effetti della spagnola nella periferia Nord di Torino tra Lucento e Borgo Vittoria

Il dilagare dell’epidemia soprattutto nella zona Nord di Torino spinge le autorità a soluzioni d’emergenza, tra cui l’allestimento di un ospedale nella scuola elementare di Borgo Vittoria.

Nell’immagine si vede un gruppo di bambini sfollati trentini che gioca davanti alle casette prefabbricate situate in un campo di Borgo Vittoria presso la ferrovia, probabilmente costruite e gestite dall’Istituto per le case popolari di Torino (fonte: ISTITUTO AUTONOMO CASE POPOLARI TORINO, Sessantennio di fondazione Istituto Autonomo per le case popolari della provincia di Torino (1907-1967), Aprika, Torino, [1967], p. 32).

A partire dalla seconda metà del settembre 1918, come abbiamo visto («Rapito da crudele morbo…»), Torino viene investita dall’epidemia in un drammatico crescendo di vittime valutabile intorno al 10 per mille della popolazione. La morte, però, non colpisce in maniera uniforme le varie zone della città. È soprattutto nella periferia Nord, da barriera di Milano a Lucento a nord della Dora, e da Borgo San Donato a Porta Palazzo a sud della Dora, che l’incidenza dei decessi sembra essere maggiore.
Non si tratta di un caso. In queste borgate e in questi borghi nati e cresciuti con la prima industrializzazione c’è la più alta concentrazione di case di ringhiera, la cui caratteristica è quella di avere spazi abitativi ristretti e malsani, servizi igienici in comune tra più famiglie e molte volte l’acqua nel cortile. È qui che si concentrano le famiglie di immigrati, normalmente numerose, ed è in questi luoghi e in questi contesti che la spagnola miete più vittime.
A Lucento, da metà settembre a fine ottobre, i decessi sono almeno sei volte superiori alla norma e innalzano la mortalità al 14 per mille, ben oltre la media cittadina. Questa prima ondata dell’epidemia, a cui si possono attribuire almeno 45 morti degli 80/90 complessivi, colpisce largamente anche qui tra gli immigrati, in particolare gli sfollati arrivati dal Trentino all’inizio della guerra e collocati nelle case popolari di via Verolengo   , verso via Borgaro, e in molte altre case private dei dintorni. Si tratta di arrivi massicci, a più riprese, che portano a vere e proprie emergenze abitative il cui riflesso si può cogliere, ad esempio, nell’allestimento di casette prefabbricate a Borgo Vittoria su un terreno rasente la ferrovia, non lontano dall’attuale istituto tecnico “Peano”.
Fra i trentini ospitati a Lucento si contano 18 morti, tutti – eccetto tre – originari di Grigno, piccolo paese della Valsugana all’epoca in territorio austro-ungarico, fatto evacuare dalle truppe italiane perché sulla linea del fronte. Il più anziano è un contadino di 42 anni che ha trovato occupazione nella cascina della Saffarona: qualche settimana prima è morta anche la moglie; il più giovane è invece un bambino di 10 anni: altri due coetanei, abitanti come lui in via Verolengo, muoiono negli stessi giorni.

1917. Gruppo di profughi Trentini durante la Prima Guerra Mondiale presso le case popolari, di via Verolengo 115 di Torino, dell’Istituto Autonomo Case Popolari, sede in quel momento di una colonia destinata ai profughi. Cartolina della serie CRT (fonte: Archivio privato Walter Tucci).

Anche a Ceronda le cose non vanno meglio. Nel distretto tessile formato dagli stabilimenti Mazzonis e Paracchi si registra quotidianamente un movimento di migliaia di lavoratori in entrata e in uscita che facilita la diffusione del contagio. Tra settembre e ottobre si registrano almeno 12 morti di cui due nello stesso caseggiato di via Pianezza 18.
La gravità della situazione spinge intanto le autorità cittadine a nuovi, urgenti provvedimenti. A metà ottobre vengono infatti predisposti 700 nuovi posti letto, 200 presso l’ospedale San Giovanni Battista di via Cavour e ben 500 all’interno della scuola elementare di Borgo Vittoria “Giuseppe Allievo”  , trasformata in ospedale. Una scelta probabilmente dovuta alla sua posizione centrale tra le varie borgate a nord della Dora che si confermano epicentro dell’epidemia.
La spagnola, però, non risulta disastrosa solo in una dimensione di classe sociale svantaggiata; nel suo infierire in modo particolare sulle giovani generazioni essa finisce con il rappresentare l’ultimo drammatico colpo verso chi sta già pagando un prezzo molto alto.

Il numero dei contagiati cresce di giorno in giorno. Per fronteggiare l’emergenza, le autorità militari allestiscono 500 posti letto nella scuola elementare “G. Allievo” di Borgo Vittoria (fonte: L. Artusio, M. Bocca, M. Governato, Ramello M., Mille saluti da Torino, Edizioni del Capricorno, Torino, 2002 seconda edizione, p. 86).

La guerra ha infatti provocato numerosissimi lutti e rubato anni di giovinezza che non torneranno; chi è rimasto in fabbrica come operaio militarizzato ha visto un drastico peggioramento delle proprie condizioni lavorative e salariali con il venir meno di quelle prospettive di autonomia dalla famiglia d’origine possibili solo dieci anni prima.
A tutto ciò si aggiunge ora l’epidemia con il distanziamento, le restrizioni sui locali pubblici e la conseguente riduzione della socializzazione e quindi dei momenti in cui ridefinire le forme di relazione tra ragazzi e ragazze e nel futuro tra marito e moglie. Si tratta di aspetti complessi che si intrecciano fra loro e non rimangono senza conseguenze: un’incertezza esistenziale, vero e proprio disagio, sembra farsi strada tra i giovani di quest’epoca spingendoli verso un minor desiderio di allentamento dei rapporti familiari e di ricerca della propria autonomia.

Approfondimenti
Per una disamina a livello nazionale: E. Tognotti, La spagnola in Italia. Storia dell’influenza che fece temere la fine del mondo (1918-19), FrancoAngeli, Milano 2015 (1a ed. 2002).
I dati puntuali su Torino e la sua periferia Nord sono tratti dalla consultazione di “Gazzetta del Popolo” e “La Stampa” (www.archiviolastampa.it), per il periodo agosto 1918-gennaio 1919.


Autori dell’articolo Nicola Adduci e Giorgio Sacchi

 

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